la rabbia

Comunemente viene considerata un'impulso distruttivo, indesiderabile e da condannare. In realtà, è un'emozione innata, presente fin dalla nascita, con una precisa funzione: permette all'individuo di difendersi e di salvaguardare le proprie esigenze. Infatti, la rabbia insorge come reazione a ciò che viene percepita come un’ingiustizia o come risposta alla frustrazione di propri bisogni: ci arrabbiamo quando qualcuno lede un nostro diritto o pone degli ostacoli al raggiungimento di nostri obbiettivi, quando ci viene negata ingiustamente un’esperienza piacevole o ce ne viene imposta una spiacevole, quando qualcuno cui teniamo non si conforma al nostro volere e, in genere, quando vengono intaccate la nostra autostima, la nostra dignità personale o la nostra immagine pubblica. Ma un uso funzionale della rabbia richiede la capacità di esprimere pensieri, bisogni ed emozioni in modo chiaro senza danneggiare o ferire gli altri. Se ciò avviene, la rabbia può essere costruttiva, inducendo gli altri a non ripetere il comportamento che disapproviamo e, allo stesso tempo, migliorando la relazione con loro. E' il caso della rabbia rivolta a comportamenti di persone a cui è intimamente legati (la più frequente), come i famigliari o gli amici: trasmette autenticità e coinvolgimento, dà la misura di quanto ciò che si esprime sia importante per noi e anche di quanto teniamo all'altra persona (ad esempio, il rimprovero del genitore per evitare che il figlio ripeta un'azione che lo mette in pericolo).

Questo tipo di rabbia va distinta dalla rabbia "malevola" che, invece, esprime disprezzo o bisogno di vendicarsi di un torto subito e ha per effetto l'indebolimento o la rottura della relazione; e dalla rabbia “di sfogo” che ha lo scopo di liberarsi da una tensione accumulata e che spesso viene riversata su persone che non sono all’origine del malumore.

In realtà, la rabbia espressa in modo aggressivo non viene "sfogata", al contrario mantiene più a lungo l'individuo in una condizione di disagio: lo stress psicofisiologico diviene più intenso e prolungato. E può innescare un circolo vizioso che alimenta ulteriormente lo stato di malessere (ad esempio, per le reazioni degli altri e l'innescarsi di uno scontro oppure per sentimenti autosvalutativi come il vergognarsi o il sentirsi in colpa per essersi arrabbiati).

La rabbia è disfunzionale quando crea sofferenza sul piano individuale e su quello interpersonale:  

- Viene avvertita in modo intenso e non modulabile;

- E' espressa con un comportamento aggressivo (verbale o fisico);

- E' ricorrente;

- Persiste a lungo dopo l'evento scatenante con tendenza a pensare e ripensare all'accaduto;

- E' motivata da aspetti rigidi della personalità, come la tendenza di interpretare negativamente la realtà (ad esempio, attribuire erroneamante agli altri intenti ostili o mancanza di rispetto nei propri confronti), il bisogno di difendersi da una sensazione di vulnerabilità e di manipolare gli altri o una scarsa tolleranza delle frustrazioni (non sopportare che vengano posti limiti ai propri comportamenti).

All'estremo opposto, la persistente tendenza a inibire e a sopprimere la rabbia che impedisce all'individuo di salvaguardare i propri diritti e bisogni e può portarlo ad una modalità di comportamento passiva e centrata sull'impotenza.

  • Maria Apparigliato e Susanna Lissandron (2010). La cura delle emozioni in terapia cognitiva. Alpes

Articoli divulgativi di Margherita Zannoni:

"Arrabbiarsi" Airone n. 341